Elezioni nel Donbass: regolari e democratiche

 

 Fabrizio Poggi, 3.11.2014 “Il Manifesto”

Ucraina. Il neo ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni: «Non riconosciamo il voto»

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Nes­suna sor­presa: dalle ele­zioni delle regioni ribelli ucraine, escono con­fer­mati dal voto gli attuali «facenti fun­zione« di lea­der delle due Repub­bli­che, Alek­sandr Zakhar­cenko e Igor Plot­ni­tskij. Zakhar­cenko ha rac­colto più di 765mila voti (oltre l’80%), con­tro i circa 112mila del vice Pre­si­dente del par­la­mento di Novo­ros­sija Alek­sandr Kof­man e i 93mila del depu­tato del Soviet repub­bli­cano Jurij Sivo­ko­nenko. Per Plot­ni­tskij hanno votato oltre 445mila elet­tori (63,8%); gli altri due can­di­dati a Lugansk hanno rac­colto rispet­ti­va­mente il 10 e il 7,2%.

Per quanto riguarda le liste, vin­ci­trice «Repub­blica di Done­tsk», capeg­giata da Zakhar­cenko, votata da poco meno di 663mila elet­tori; «Pace a Lugansk» capeg­giata da Plot­ni­tskij, ha rac­colto il 70% dei con­sensi. Roman Lja­ghin, Pre­si­dente della Com­mis­sione elet­to­rale cen­trale di Done­tsk, ha dichia­rato che que­sta non cer­cherà il rico­no­sci­mento del voto: «Kiev deve met­tersi l’animo in pace: il Don­bass non fa più parte dell’Ucraina. Que­sto è un’assioma». Attesa per oggi la ceri­mo­nia di inse­dia­mento di Zakhar­cenko. Ma i dati nume­rici non ren­dono pro­ba­bil­mente conto della par­te­ci­pa­zione popo­lare alla ele­zione dei depu­tati e dei Pre­si­denti delle due Repub­bli­che. Le code — alcune di diverse cen­ti­naia di metri — fuori dai seggi che hanno «scioc­cato» (ter­mine ripe­tuto per l’intera dome­nica dai canali tele­vi­sivi russi) gli osser­va­tori stra­nieri, testi­mo­niano della volontà di par­te­ci­pa­zione e, al tempo stesso, una rispo­sta a Kiev, Washing­ton, Ue e Osce che, men­tre con­ti­nuano a esal­tare la «demo­cra­ti­cità« del voto del 26 otto­bre per la Rada suprema, rifiu­tano di rico­no­scere que­sto del 2 novem­bre nel Don­bass, con­si­de­rato invece valido da Mosca.

Se Kiev ha inten­zione di dichia­rare «per­sona non grata» gli oltre 70 osser­va­tori stra­nieri (ita­liani, cechi, tede­schi, ame­ri­cani, russi, austriaci, greci, serbi, bul­gari, ecc.), que­sti, da parte loro, hanno rile­vato la per­fetta orga­niz­za­zione, la demo­cra­ti­cità e legit­ti­mità della con­sul­ta­zione, espri­mendo il parere che «non la guerra sia la strada da seguire, ma la fede­ra­liz­za­zione dell’Ucraina». «Ho visto per­sone felici di andare a votare e orgo­gliose di farlo. Il sistema di voto è stato asso­lu­ta­mente legit­timo e cor­ri­spon­dente alle norme della demo­cra­zia», ha dichia­rato alla Tass l’eurodeputato ita­liano Fabri­zio Ber­tot. Il voto si è tenuto in una gior­nata tran­quilla – il vice pre­mier della Repub­blica di Done­tsk Andrej Pur­ghin, inter­vi­stato da Ros­sija 24, ha attri­buito il silen­zio delle arti­glie­rie di Kiev alla pre­senza degli osser­va­tori stra­nieri – e sono stati liqui­dati senza dif­fi­coltà un paio di ten­ta­tivi di infil­tra­zione da parte di sabo­ta­tori equi­pag­giati con armi pesanti. L’età minima per votare era di 16 anni; esclusi dal voto i mili­ziani affluiti nel Don­bass da altre regioni, men­tre a quelli impe­gnati in prima linea, i seggi sono stati por­tati diret­ta­mente sul fronte. Alcune decine di migliaia di pro­fu­ghi hanno votato nei seggi alle­stiti nelle regioni con­fi­nanti russe di Rostov sul Don, Voro­nezh e Belgorod.

Sven­tati vari ten­ta­tivi di hac­ker ucraini di inter­fe­rire sul voto elet­tro­nico. Il com­mento del Mini­stero degli Esteri russo, ripor­tato dalla Tass, è stato che gli eletti nel Don­bass hanno rice­vuto dagli elet­tori un man­dato per il ripri­stino della pace, sot­to­li­neando la neces­sità di intra­pren­dere passi con­creti per il dia­logo tra Kiev e i rap­pre­sen­tanti delle Repub­bli­che di Done­tsk e Lugansk, sulla scia degli accordi di Minsk.
Nella mat­ti­nata di ieri le arti­glie­rie di Kiev hanno rico­min­ciato a bom­bar­dare Done­tsk e nel Don­bass non si smette di temere l’inizio di un’offensiva gover­na­tiva, dopo il sen­si­bile spo­sta­mento a destra dello schie­ra­mento poli­tico uscito vin­ci­tore il 26 otto­bre. Uno schie­ra­mento che, come dichia­rato dal Segre­ta­rio del Pc ucraino Petr Simo­nenko, ha ancora all’ordine del giorno un passo tanto poli­ti­ca­mente rea­zio­na­rio quanto psi­chia­tri­ca­mente assurdo, la messa fuori legge dell’ideologia comu­ni­sta. Nes­suna sor­presa dall’Italia: al con­tra­rio di quanto avve­nuto nel recente pas­sato — Kosovo dice niente? — Roma, per bocca del neo mini­stro degli esteri Gen­ti­loni, ha spe­ci­fi­cato di non rico­no­scere le ele­zioni del Donbass.